Kataweb: Esperyamo che me la cavo

Il Gruppo Espresso sta dismettendo alla chetichella (nella speranza che il fallimentare Kataweb piombi nell’oblio facendo meno rumore possibile) tutte le aziende acquistate nel momento di massimo fulgore della new economy, la campagna lanciata qualche anno fa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia della specie del “consulente”. Ha iniziato cacciando gli idealisti che quelle aziende le avevano create. Tra questi Antonio Tombolini, fondatore di Esperya, che si sta imbarcando nella nuova avventura di Vyta, coinvolgendo i propri ex (ma affezionati) clienti in un’impresa che abbia alla base una definizione dell’idea di “mercato” meno volgare e indubbiamente più dirompente di quella data a bere dai manuali di marketing. Torno a parlare di lui o, meglio, a farlo parlare: “Il fruttivendolo ambulante qui da me, a Loreto, viene tutti i venerdi, quando c’è il mercato. Da una vita. Non fa ‘mailing’ preventivo per ‘stimolare’ la domanda. Non ‘targettizza’ il suo mercato secondo criteri psico-socio-demografici. Non si rivolge a me dicendomi ‘Gentile Cliente’, o ‘Cara Amica, caro Amico’. Naturalmente si guarda bene dal fare spot alla televisione, o dall’insozzare tutti i muri della città con manifesti. O dall’appiccicarli su appositi pannelli tirati su davanti ai più bei palazzi della mia città. E non mi manda sms a tradimento. Né tenta di ‘fidelizzarmi’. Non mi vende uno ‘stile di vita’ con le sue cipolle. Non mi chiede ‘Io sento, e tu?’, né in inglese, né in italiano. Se le mele che ho comprato la settimana prima non erano buone come al solito (o anche soltanto se secondo me non erano buone come al solito) mi ridà i soldi, o altra frutta in cambio. E se però capisce che io sono uno stronzo che ci marcia, non mi dà ragione solo perché sono un cliente, ma mi manda affanculo che tutti sentano, dicendomi di non farmi vedere più. Il mio fruttivendolo non mi fa rispondere a sondaggi idioti. Non fa ricerche di mercato. La sua vita è una ricerca, di sul e col mercato. Non ha una ‘mission’. Non gli interessa niente del posizionamento strategico. Mi vende cipolle da una vita, e non mi ha mai chiesto che mestiere faccio. Non mi ha mai chiesto quanti anni ho. Non mi ha mai chiesto il mio titolo di studio. Non mi ha mai chiesto se sono sposato. Non mi ha mai chiesto se ho figli. Non mi ha mai chiesto quanto cazzo guadagno. Non mi ha mai chiesto che macchina ho. Non mi ha mai chiesto se viaggio o non viaggio. Non mi ha mai chiesto il permesso per usare i miei dati ai sensi della legge sulla praivasi. A me il marketing non piace. A me piace di più il mercante appassionato di qualcosa che va a cercare, che compra, e che poi porta in piazza raccontando a tutti le meraviglie di ciò che ha trovato. Il marketing corrisponde alla struttura ‘intrinsecamente invasiva’ della società di massa: produzione di massa, comunicazione di massa, consumi di massa. E come ogni realtà invasiva, tendenzialmente violenta. Il linguaggio è sempre un buon rivelatore. A me non piace il linguaggio del marketing. Mi piace invece il linguaggio diretto e autentico, che va al cuore delle cose. Mi piace la parola ‘venditore’, mi piace la parola ‘compratore’, mi piace la parola ‘commerciante’, mi piace la parola ‘bottega’, mi piace la parola ‘bottegaio’, mi piace la parola ‘bancarella’, mi piace la parola ‘mercato’, mi piace la parola ‘soldi’, mi piace la parola ‘sconto’ quando sono compratore, non mi piace quando sono venditore. Mi piace la parola ‘prezzo’, mi piace la parola ‘grazie!’. Il mio fruttivendolo ambulante non sa neanche cosa sia la concorrenza. Gli ambulanti che hanno la bancarella attaccata alla sua e vendono le sue stesse cose sono i suoi migliori amici. Che strano mercato, eh?”.

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