Dopo la carta, la smart card dei diritti

La cosa che mi ha colpito di più in questa divertente storia dei mondiali è che l’argomento usato da molti non è solo la schiappaggine dei giocatori italiani, oppure la cattiveria degli arbitri, oppure lo scarso peso politico dei nostri dirigenti calcistici, oppure l’invadenza degli sponsor. Ogni tanto qualcuno si permette di dire una cosa assolutamente insopportabile. E cioè: se le cose continuano così ci sarà un crollo dei diritti televisivi. Nessuna televisione pagherà miliardi per riprendere dei mondiali in cui in finale vanno il Senegal o la Corea. Queste cose le dicono non solo degli esperti di marketing, non solo degli amministratori delegati. Le dicono anche i giornalisti, i massimi dirigenti del nostro calcio, le dicono perfino i tifosi. Insomma, si attenta al futuro del calcio se si permette alle nazioni emergenti di battere gli eroi miliardari. È strano come la televisione sia ormai entrata definitivamente nella nostra vita tanto che ci facciamo paladini dei suoi diritti. La televisione ha cominciato “servendo” lo sport, consentendo a tutti di vedere cose che altrimenti non avrebbero potuto vedere, perché lontani, perché vecchi, perché pigri. Poi è entrata nel gioco sempre più pesantemente. Ecco il tie-break, per far durare meno il tennis, ecco il punteggio stravolto del volley, ecco gli sciatori più preoccupati di far vedere la marca dei loro sci che di vincere, ecco le maratone fatte correre a orari demenziali per farle vedere comodamente dall’altra parte del mondo. Avete letto? La Rai vuole chiedere alla Fifa i danni perché l’Italia è stata sconfitta. Il senso del ridicolo non abita più qui.

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