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I'm Grace Kelly. Grace Kelly is me.

Blair, Gossip Girl

Archive for Giugno, 2002

Scaiola: «Quel rompicoglioni di Biagi»

Vita da zingaro. Sarà il sonno oppure il caldo, ma il cervello è messo a dura prova. Adesso sto nell’isola di Cipro, ma mica per vacanza. Ho passato sì la giornata in mare ma con il ministro Scajola e dunque mai a distrarsi. Ormai siamo abituati. Era già capitato nel volo di ritorno dalla Spagna. Tutto tranquillo, poi sopra Genova la battuta: «Al G8 avevo ordinato di sparare». Successivi distinguo («solo nel caso avessero occupato la zona rossa») ma intanto la frase era quella. Più o meno a Limassol succede lo stesso. Stiamo parlando delle lettere-denuncia del professor Biagi. Prima Scajola si chiede: «perché sono uscite proprio adesso?», interrogativo fin qui politicamente corretto. Poi fra i denti sibila (eravamo in tre di giornalisti): «Ma sapete poi che vi dico? Altro che elemento centrale, quel Biagi era un rompicoglioni (testuale) che aveva una paura matta di perdere il contratto di consulenza. Chiedete a Maroni». Apriti cielo. La differenza fra i due “incidenti” a mio avviso c’è. Nel caso di Genova abbiamo avuto tutti la netta impressione che la frase sia stata detta volutamente (perché, non lo so), qui a Cipro invece è stato un peccato di carattere. Scajola, infatti, a conoscerlo bene, dietro l’apparente immagine tutta d’un pezzo, nasconde uno spiritaccio bollente. Pensare che stavamo con lui quando Berlusconi lo ha chiamato (due volte) al telefonino per raccomandargli presumibilmente cautela sulla vicenda (paradossale dopo la Bulgaria). Certo ha giocato anche stavolta l’idea che all’estero… l’Italia sia così lontana. Strano, comunque. Perché Scajola resta un rarissimo politico “professionista”. Uno, per capirci, della prima repubblica.

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  • La sinistra e la satira

    Storicamente, la sinistra ha una certa predisposizione congenita al masochismo, a ghigliottinarsi le palle recitando contemporaneamente il ruolo della vittima e del boia. E siccome tutta la satira è di sinistra e la maggior parte dei comici pure, i manovali dell’umorismo italiani, pur schierati e pur riconoscendo un nemico comune, si odiano. Tutti. E non perdono occasione per sputtanarsi a vicenda, evitarsi, non sopportarsi, utilizzare qualsiasi mezzo per dirsele e mandarle a dire. L’imbarazzo è grande, amplificato dal fatto che i duellanti hanno spesso sostenitori in comune, dilaniati dalla straziante scelta di doversi schierare. Beppe Grillo, attaccando Roberto Benigni, dice - com’è normale - cose giuste e cose sbagliate: che il comico toscano sarebbe «un pover’uomo, un loffio, un morto, un venduto, un socio di Berlusconi» (falso) e che «la Rai sta cacciando Enzo Biagi anche a causa di una sua intervista trasmessa in campagna elettorale, ma Benigni non dice niente, non prende le sue difese, e accetta nuovi contratti con la tv di stato» (vero). “La vita è bella“, per inciso, Grillo o non Grillo, resta un gran film. L’aspetto veramente ironico della comicità di sinistra è trovarsi divisa in più correnti di quante non ne avesse la vecchia DC: Benigni dichiara la propria ammirazione per Le Iene, i cui autori hanno buoni rapporti con la Gialappa’s Band, che però mal tollera lo staff di Striscia la Notizia e Antonio Ricci, il quale non perde occasione per bacchettare Aldo Grasso che, dal canto suo, apprezza la Gialappa’s, ma stronca qualsiasi show ideato o condotto da Serena Dandini, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.

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  • Non ci sono più i G8 di una volta

    C’è stato un nuovo G8, e non ce ne siamo accorti: senza polizia non è la stessa cosa. E non è finita qui: la Russia, per la prima volta, vi ha partecipato a pieno titolo. Quindi: o è diventato un G9, o non ci hanno detto chi è stato eliminato. L’organizzazione canadese ha accolto in aeroporto i capi di stato facendo dono a ciascuno di un cappello da cow-boy. Jacques Chirac l’ha sdegnosamente rifiutato. Silvio Berlusconi ha invece accettato di buon grado il pensiero, indossandolo immediatamente e producendosi in un’imitazione del “J.R.” del telefilm “Dallas“, forte della somiglianza con Larry Hagman, l’attore che lo interpretava, e delle caratteristiche condivise con il personaggio: un cinico e spietato affarista senza scrupoli affamato di potere, pieno di sé e con un fratello scemo e invidioso a carico. Il presidente americano George W. Bush, riferendosi all’affaire WorldCom (il secondo operatore telefonico americano, denunciato per una frode da 4 miliardi di dollari) ha invitato gli uomini d’affari ad essere “trasparenti e onesti”. L’ha fatto, con ben poca delicatezza, proprio in presenza di Berlusconi. Per il premier italiano ormai i G8 sono come lo Zelig: la maggiore aspirazione di un comico, l’ambiente ideale per dare il meglio di sé. E per provare le nuove battute. Ne cito solo una, per non incorrere in violazione del diritto d’autore: «Se fossi in Arafat farei un grande gesto: mi dimetterei». Come un pagliaccio triste dentro, quest’uomo, mentre si sforza di divertirci, si trova ad affrontare problemi angosciosi e più grandi di lui. Il più grave dei quali è alto un metro e trentadue centimetri e lo condanna ad avere idee geniali solo quando parla di terzi.

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  • Quanno ce vo’ ce vo’

    Per quanto mi sforzi, non riesco a fare in modo che il mio cervello smetta di ragionare per compartimenti stagni, distinguendo sommariamente tra buoni e cattivi, bene e male, giusto e sbagliato. E dire che le ho provate tutte, tranne l’agopuntura. Ho fatto appello al mio background culturale garantista, secondo cui il sospetto non può essere alla base di un giudizio. Ho rispolverato la mia utopica idea di giustizia: equilibrata, prudente, riflessiva, accorta, comprensiva e, soprattutto, uguale per tutti. Ho fatto la respirazione bocca a bocca alla mia coscienza di uomo di sinistra, che mi imporrebbe di rifiutare le logiche legate a causa ed effetto, le diagnosi generiche, l’applicazione schematica della legge, il diritto visto come fredda equazione in cui la variabile ha sempre un valore inconfutabile. E mi rendo perfettamente conto che la convinzione nel sostenere le proprie opinioni va rapportata in maniera direttamente proporzionale a quanto si è disposti a difendere chi ne ha di diverse; che esistono stili di vita che non capisco e non è necessario capisca; che le soluzioni hanno sempre origine dallo scontro e dal confronto; che la comprensione e la reintegrazione devono sempre avere la meglio sull’intento meramente punitivo. Eppure, malgrado tutte le premesse esposte, rimango convinto del fatto che due particolari tipi di persone meritino - a priori e senza processo - la galera. Quelli che, mentre stai sorpassando un camion che arranca sulla seconda corsia dell’autostrada, ti si avvicinano con l’Audi A4 fino a tre centimetri dal culo e fanno blink blink con i fari. E quelli che scelgono Carlo Taormina come proprio avvocato difensore.

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  • Chi piscia controvento

    Ieri a Catania avrebbe dovuto essere distribuito il primo numero del giornale antimafia Controvento, progettato e firmato da Riccardo Orioles, uno degli artefici di due mai eguagliati esempi di giornalismo: I Siciliani di Giuseppe Fava e Avvenimenti. Controvento è morto fresco di stampa all’uscita dalla tipografia, sulla soglia del distributore che, dopo aver letto un articoletto dello stesso Orioles riguardante un potente della zona, ha deciso di non diffonderlo nelle edicole. L’oggetto del pezzo era Mario Ciancio, ex presidente della Federazione Editori, direttore ed editore del quotidiano La Sicilia, azionista della Gazzetta del Mezzogiorno e della Gazzetta del Sud, nonché proprietario di varie televisioni locali. Grazie a Ciancio a Catania è vietato acquistare l’edizione regionale de la Repubblica: dal momento che è lui stesso a stamparla, non gradisce gli si faccia concorrenza in casa. I catanesi che non si accontentano dell’edizione nazionale sono costretti a recarsi fino a Taormina, in provincia di Messina. La Repubblica (e gli altri quotidiani che, in base ad una regola ferrea ma non scritta, non vengono nemmeno esposti) calano le brache. L’ombra sinistra proiettata dal nome di Ciancio è dovuta all’aver cazziato in presenza di un mafioso un giornalista reo di averne tirato in ballo gli affari; agli stretti rapporti e ai favori resi ai cavalieri catanesi e al divieto di pubblicare necrologi delle vittime di mafia. Luca Cordero di Montezemolo, nuovo presidente della Federazione Editori, tace. Chi sa dire se per distrazione, o perché la Publikompass del gruppo Fiat/La Stampa risulta essere la concessionaria di tutte le attività editoriali di Ciancio?

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  • Una questione di protocollo

    Non conforta sapere che abbiamo raggiunto le temperature più alte da che esistono i termometri: i record sono fatti per essere battuti. Quello dell’afa, in particolare, esiste per essere superato ogni anno nel sommario dei telegiornali: immagino che la trasmissione di un minimo sindacale di minuti di immagini di gente che si butta nelle fontane cittadine sia fissata per contratto. Quest’anno però sento di poter affermare senza tema d’essere smentito che fa un caldo bastardo come non mai. Leggo che Milano ha raggiunto i 42 gradi. E che, solo nel circondario di questo microonde asfaltato, dieci anziani hanno raggiunto il punto di cottura. Vorrei poter essere Oriana Fallaci, che ha come nemici concetti generici (i musulmani, i comunisti, i monsoni), per potermela prendere sommariamente con il caldo. Eppure le colpe sono chiaramente identificabili: hanno il nome e il cognome di un cretino, l’unico tra i leader dei 55 paesi responsabili del 55% delle emissioni inquinanti, che non ha ratificato il protocollo di Kyoto. Il trattato prevedeva la riduzione puramente simbolica del 5,2% dei gas serra entro il 2012, sulla base dei valori del 1990. Il cretino in questione, l’ex petroliere George W. Bush, presidente di uno stato responsabile da solo del 25% dei gas nocivi, ha precisato che, al contrario, l’emissione dei gas serra “made in Usa” nel 2010 sarà superiore del 30-40%. Osama Bin Laden è un dilettante, in confronto, nella pianificazione di stragi di innocenti: le fallaci letterate da esportazione si indignano solo in caso di stermìni per motivi religiosi. Non troveranno mai, invece, le motivazioni per scrivere: “Io trovo vergognoso mandare a puttane un pianeta per questioni economiche”.

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  • Dopo la carta, la smart card dei diritti

    La cosa che mi ha colpito di più in questa divertente storia dei mondiali è che l’argomento usato da molti non è solo la schiappaggine dei giocatori italiani, oppure la cattiveria degli arbitri, oppure lo scarso peso politico dei nostri dirigenti calcistici, oppure l’invadenza degli sponsor. Ogni tanto qualcuno si permette di dire una cosa assolutamente insopportabile. E cioè: se le cose continuano così ci sarà un crollo dei diritti televisivi. Nessuna televisione pagherà miliardi per riprendere dei mondiali in cui in finale vanno il Senegal o la Corea. Queste cose le dicono non solo degli esperti di marketing, non solo degli amministratori delegati. Le dicono anche i giornalisti, i massimi dirigenti del nostro calcio, le dicono perfino i tifosi. Insomma, si attenta al futuro del calcio se si permette alle nazioni emergenti di battere gli eroi miliardari. È strano come la televisione sia ormai entrata definitivamente nella nostra vita tanto che ci facciamo paladini dei suoi diritti. La televisione ha cominciato “servendo” lo sport, consentendo a tutti di vedere cose che altrimenti non avrebbero potuto vedere, perché lontani, perché vecchi, perché pigri. Poi è entrata nel gioco sempre più pesantemente. Ecco il tie-break, per far durare meno il tennis, ecco il punteggio stravolto del volley, ecco gli sciatori più preoccupati di far vedere la marca dei loro sci che di vincere, ecco le maratone fatte correre a orari demenziali per farle vedere comodamente dall’altra parte del mondo. Avete letto? La Rai vuole chiedere alla Fifa i danni perché l’Italia è stata sconfitta. Il senso del ridicolo non abita più qui.

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  • L’utente medio

    Parrà strano che lo dica proprio io, ma ogni giorno che passa cresce la mia intolleranza nei confronti dell’utente medio di internet. Esclusi i presenti, sia chiaro. Mi rendo perfettamente conto che la rete non è nient’altro che la riproduzione in bytes del mondo reale, e che l’assoluta libertà e l’anonimato possono, in alcuni casi, indurre le persone a tirare fuori il peggio di sé. Però da quando uso internet mi sono reso conto di aver sottostimato la percentuale di coglioni che popolano il globo. Sul mio monitor sono passate generazioni di utenti: quelli che hanno il video porno di Britney Spears girato in segreto dal suo ex ragazzo; quelli che chiedono “me lo mandi?”; quelli che si iscrivono ai siti porno per tentare di scaricarlo; quelli che “questa e-mail non è spam: il suo indirizzo è stato reperito attraverso cataloghi pubblici presenti su internet”; quelli che “vuoi fare soldi con la rete?”; quelli che “se diffondi questo messaggio Bill Gates ti manderà un assegno”; quelli che pensano che ce l’hai con loro; quelli che scaricano le suonerie a 1,5 € al minuto; quelli che “manda una mail per salvare una bambina dal cancro”; quelli dei gatti bonsai, crudelmente allevati dentro una bottiglia; quelli che lavorano presso la banca nazionale della Nigeria e hanno bisogno di trasferire in segreto 22,2 milioni di dollari sul tuo conto in banca e in cambio te ne danno la metà; quelli che (giuro, è vero) “come mai alcune parti del vostro sito le vedo completamente fuori fuoco?”. In tutto questo tempo mi sono convinto che non è vero che i virus sono frutto delle menti di abilissimi hacker. In realtà sono il segno che la rete si sta evolvendo in modo del tutto autonomo, sviluppando gli anticorpi. Non sono cattivi. È solo selezione naturale.

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  • Falso e calunnia: un po’ di nomi

    La polizia ha falsificato le molotov che sono state presentate alla stampa come sequestrate nel corso del blitz all’interno della scuola Diaz nel corso delle manifestazioni contro il G8 di Genova: sono le conclusioni dell’inchiesta condotta dai pm Francesco Pinto ed Enrico Zucca, risolta con l’accusa di falso e calunnia per 25 funzionari. Di quest’ultimi riporto, con un certo compiacimento, più nomi che posso: il vice capo della polizia Arnaldo La Barbera; il poliziotto Massimo Nuocera, che aveva raccontato di essere stato accoltellato da un no-global nella scuola, mentre una perizia del Ris ha giudicato i tagli nel giubbotto “incompatibili” e replicati ad arte; il comandante Vincenzo Canterini; il direttore della centrale operativa Francesco Gratteri; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in perlustrazione la sera del 21 luglio. La decisione di irrompere nella scuola sarebbe stata presa in seguito ad una sassaiola contro una volante e nella certezza che all’interno fosse nascosto un arsenale. Invece un vicequestore di Bari ha testimoniato di aver recuperato le due molotov nel pomeriggio, per strada, e di averle viste ricomparire la mattina dopo tra le armi sequestrate nella scuola. Non c’è stata neanche la sassaiola descritta nel rapporto da Di Bernardini che, oggi, sostiene di aver riportato «fatti riferiti da altri». Le spranghe, invece, c’erano. Ma provenivano da un cantiere all’interno della Diaz. «Cosa cambia se hanno trovato le armi all’interno della scuola? - si chiede uno dei 25 inquisiti - Io sono stato colpito da una squadra dei black block. Era di plastica, ma fa male lo stesso. Altri miei colleghi sono stati minacciati con un compasso o bersagliati da lanci di pennarelli, pastelli e gessetti colorati».

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  • Con le mani

    Non si è ancora spenta l’eco della clamorosa eliminazione dell’Italia dai mondiali in Corea e Giappone. L’indignazione della tifoseria ha toccato punte mai raggiunte prima nel corso dei talk show serali: parecchi telespettatori hanno intasato i centralini della Rai protestando per la sostituzione di Luisa Corna con Bruno Vespa. Aldo Biscardi, nel corso del sempiterno “Processo”, ha indetto una campagna di boicottaggio contro la FIFA, invitando a scrivere e-mail di protesta all’indirizzo di Joseph Blatter. La FIFA, dal canto suo, ha ammesso di essere stata messa in seria difficoltà dall’iniziativa: in un primo momento, per evitare che il sistema di posta elettronica andasse in tilt, i tecnici hanno suggerito, senza successo, di bloccare tutti i messaggi scritti in italiano. Solo in seguito, dopo l’inevitabile intasamento dei server, si è scoperto che il testo da inviare che si era fatto beffe dei filtri era stato dettato in diretta da Biscardi in persona. In momenti come questo, in cui le prime pagine dei quotidiani sono ostaggio di scorribande di titolisti ancora incazzati con l’arbitro Byron Moreno, con Blatter e Carraro, invidio gli americani, che col calcio han deciso non voler avere nulla a che fare. Non che non gli siano state spiegate le regole, o abbiano difficoltà a capirle: molto più semplicemente ritengono inconcepibile e in fin dei conti stupido uno sport in cui si è lecito utilizzare solo i piedi. Il concetto è stato espresso in maniera magistrale da David Letterman nel corso del suo “Late Show“: «In occasione dei mondiali di calcio, ogni 4 anni credo o qualcosa del genere, le prostitute di Times Square propongono l’offerta speciale dei mondiali: per 20 dollari in più non usano le mani».

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  • A parte l’arbitro cornuto…

    Cornuto, l’arbitro era cornuto. Non c’è che dire. Ma non è stata la conduzione creativa della partita da parte dell’ecuadoregno Byron Moreno a cacciarci da questo mondiale no-global che si fa beffe dei G8 del pallone: gli arbitri incapaci capitano. C’è, invece, che siamo una squadra di letterine, fighette da calendario col culo tonico e sodo che all’erba e al gesso del campo preferiscono i corrispettivi del privée dell’Hollywood. C’è che abbiamo giocato contro la Corea, undici Giuseppe Furino incazzati e motivati. Incapaci, e per questo ancor più incazzati e motivati. Bassi, brutti, sconosciuti, abituati al fango e senza neanche una velina ad aspettarli a casa. C’è che l’Italia di Trapattoni, al primo gol, si è chiusa in difesa come faceva la Juventus di Trapattoni. Sono uscito dal tunnel, ma ho trascorsi da juventino: ho vissuto col cuore in gola un Milan-Juve a San Siro in cui l’attuale ct della nazionale decise di schierare l’intera squadra sulla linea di porta a subire pallonate. Rischiò di rovinarmi la pubertà, il bastardo, con quei novanta minuti di sofferenza. Anzi, no: lo fece proprio. E lo dico nel caso decidesse di farmi causa, per avere un trauma infantile da poter sfoderare come attenuante. Nel dopopartita, dopo aver ricevuto una telefonata di Ciampi, secondo il quale «L’Italia è uscita a testa alta» (e a me è venuto da pensare “una beata fava”), il Trap ha dichiarato: «Abbiamo usato il fair play e non è servito a nulla», scordandosi di aver trascorso il secondo tempo a calciare borracce nelle palle di metà panchina. È mancata la motivazione: quando in spogliatoio, durante l’intervallo, Trapattoni ha urlato «Bisogna tirare fuori i coglioni!», in dodici hanno pensato di essere stati sostituiti.

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  • Almirante’s Park

    Non si può certo dire che a Taranto, politicamente parlando, di cazzate se ne sian fatte poche, sin dai tempi in cui Giancarlo Cito, squadrista rinviato a giudizio per associazione mafiosa, riuscì a coronare il sogno di divenirne primo cittadino. L’ultima, in ordine di tempo, riguarda la proposta di intitolare un parco a Giorgio Almirante. Nel definire un coglione non si può discriminare tra destra e sinistra: il vero coglione è ideologicamente trasversale. Anche parlandone da morto. Almirante era un coglione. Uno dei tanti. Dovessimo intitolare un parco ad ognuno, vivremmo all’interno di un immenso golf club. Fu segretario di redazione della rivista “La difesa della razza” e autore dei deliri che seguono: “È escluso in ogni caso per gli ebrei l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado. Siamo rimasti ad una scuola incapace di ‘far gli italiani’, ripiegata su una cultura sempre più bastarda. Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. È meglio parlare di razzismo integrale, nel quale, come in ogni creazione di Mussolini, teoria e pratica si armonizzano in una chiara e realistica visione dell’umanità. Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica è stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se n’è spaurita. Il Ministro dell’Educazione ha annunciato l’istituzione di cattedre di razzismo in tutte le facoltà universitarie. Il provvedimento è salutare. In questo modo, infatti, gli studenti in Lettere, i futuri professori potranno penetrare i principi razzisti, e farsene gli assertori. È in atto un processo di ebraizzazione della scuola italiana”. Coglione, appunto. E altro che parco: ha già a disposizione tre metri quadrati di terra. Che se li faccia bastare.

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  • Padre Pio: la leggenda del santo imbonitore

    Se mai avrò un figlio, un giorno, dovrò implorarlo di perdonarmi per averlo consegnato ad un mondo in cui una delle principali religioni riconosce a Padre Pio lo status di santo e ritiene, tuttora, che Don Milani sia stato solo un gran rompicoglioni. Eppure, credetemi, onoro forse più io il frate cappuccino da Pietrelcina, riconoscendogli almeno quel particolare tipo di ammirazione che si riserva alla destrezza dei bari, che i trecentomila che accorreranno in massa al primo festival della circonvenzione d’incapace organizzato in San Pietro in occasione della canonizzazione. Non sono sicuro che vi fosse malizia da parte di Padre Pio nel mantenere aperte le stigmate con lo iodio: parecchi studi ritengono che persone particolarmente devote siano capaci di autoinfliggersi ferite in modo totalmente inconsapevole. So però che c’è in chi lo vende a 2500 $ come dominio internet; 12 $ come medaglia; 11,50 $ come candela; 4,50 $ come reliquia di terza classe; 4 $ come spilla o magnete da attaccare al cruscotto della macchina; 6 $ come carta d’identità riportante la scritta “I am a catholic” (utilissima per i paramedici che vi raccoglieranno nel caso dovesse succedervi qualcosa e che, in mancanza di informazioni sul gruppo sanguigno, sapranno a chi indirizzare le preghiere); 32 $ come busto dipinto a mano; 64 $ come statua; 29 $ come decorazione della maglietta “Pray, Hope, Don’t Worry” (ovvero: prego perché ho il cancro, spero che tu me lo faccia passare, non mi preoccupo perché sono un totale fesso capace di indossare magliette come questa). Sui costumi di Padre Pio, tutt’altro che irreprensibili, sono stati mossi dubbi al cui confronto la vita di Flavio Briatore sembra condotta con la diligenza del buon padre di famiglia: Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, in missione per conto della Chiesa lo definì “psicopatico autolesionista”; le ferite furono ufficialmente considerate “isteriche”; tutti gli studi sulla morte di Cristo hanno confermato che le stigmate sarebbero dovute apparire sui polsi, e non sui palmi delle mani, che non avrebbero potuto reggere il peso di un corpo crocifisso; Il CICAP, comitato italiano che controlla le affermazioni sul paranormale, lo annovera tra fenomeni del calibro di Rosemary Altea e Giucas Casella; la Congregazione del Sant’Uffizio inviò a S. Giovanni Rotondo l’arcivescovo di Ancona Carlo Maccari perché indagasse su Padre Pio, sui finanziamenti per la costruzione dell’ospedale “Casa sollievo della Sofferenza” e sui chiacchierati rapporti con Cleonice Morcaldi, con la quale il frate intrattenne un documentato e audace scambio epistolare: “Ardo dal desiderio di vederti… Gesù sia sempre tutto il tuo conforto… e ti renda sempre più degna dei suoi divini amplessi. Senti, piccina, il babbo arde dal desiderio di vederti. Senti cosa ho pensato: se riuscissi, ad esempio, a ottenere ancora la chiave e a venire inosservata su, sii pur certa che nessuno se ne accorgerà…”. Padre Pio è la versione pugliese del “sogno americano”: un esibizionista cui la vita ha ritagliato un ruolo da modesto frate cappuccino, che riesce a far carriera passando tutte le fasi della gavetta (individuo con personalità borderline, caso umano, fenomeno da baraccone, visionario, miracolato, materia prima per reliquie, icona da venerare, quadretto per pizzerie) fino ad ottenere un posto interamente per sé nel calendario. Senza neanche dover far vedere le tette.

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  • Chapeau

    Quel che è giusto è giusto: onore a due penne che hanno meriti diversi e diverse radici politiche, spesso ignorate da questa rubrica o, tutt’al più, rese oggetto di bonarie prese per i fondelli. La prima è quella di Mattia Feltri, figlio di Vittorio ed editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara, che ha sapientemente liquidato l’intervista a Fidel Castro portata a casa dall’ex valletta ed ex compagna del capro espiatorio di casa Berlusconi attraverso un commento geniale e lapidario: “A pagina 11 del Giornale corrispondenza dall’Avana di Katia Noventa, ex fidanzata di Paolo Berlusconi. Ecco che vuol dire essere ricchi: anziché cercarle a Cuba, mandarcele”. Tanto di cappello, infine - e questa volta è più che dovuto - a Michele Serra e alla sua “Amaca” su Repubblica del 7 giugno scorso: “Certo, in quasi trent’anni di giornalismo si impara a dubitare delle proprie idee, e comunque a usare in maniera più accorta le parole. Certo, è molto importante aprirsi alle opinioni degli altri, e guai a chi si illude di avere già capito come funziona il mondo e chiude porte e finestre alle novità in corso. Certo, l’attitudine alla polemica non deve far mai venire meno una certa qual cavalleria, così che i modi non siano mai così rozzi da gettare una cattiva luce anche sulle migliori ragioni. Certo l’accortezza dello stile, la misura dello scrivere devono essere sempre ben temperati, perché solo così si riesce a dominare la materia grezza delle emozioni e a trasformarla in discorso, in ragionamento. Certo, soprattutto in un periodo così acido e arroventato, la responsabilità di chi scrive è particolarmente alta, ed è gravemente sbagliato gettare benzina sul fuoco. Ciononostante, sono assolutamente sicuro che l’idea di intitolare alla mamma di Berlusconi un nuovo club di Forza Italia sia una delle più spaventose cagate degli ultimi cento anni”.

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  • Sassi

    Persino al pm Silvio Franz, titolare dell’inchiesta sull’uccisione di Carlo Giuliani, l’ipotesi che il proiettile sparato dalla pistola del carabiniere Mario Placanica fosse rimbalzato sull’estintore brandito dal manifestante deve essere sembrata ai confini della realtà. Per questo motivo ha chiesto la consulenza dei professori Romanini, Benedetti, Torre e Balossino, in modo che si giungesse ad una conclusione plausibile, realistica e, soprattutto, credibile, di ciò che è accaduto. Il pool di esperti ha così emesso il verdetto: la pallottola è stata indiscutibilmente deviata. Ma mica dall’estintore, sempliciotti che non siete altro. Da qualcos’altro. “Qualcosa - per dirla al modo del Corriere della Sera - che in quella giornata è volato spesso per i cieli di Genova”: un sasso. Il clamoroso risultato della perizia ha costretto la giuria a rivedere per la seconda volta la posizione in classifica di Placanica per la partita di caccia di Genova. Il carabiniere era partito basso in graduatoria: la commissione aveva giudicato la testa di Giuliani un bersaglio eccessivamente facile, valido al massimo 100 punti. Con la notizia del colpo all’estintore il punteggio del milite era salito fino a 500. Oggi, alla luce delle nuove conclusioni, Placanica sale sul podio con la bellezza di 1500 punti, guadagnati per aver centrato in pieno il sasso. Il pm Franz sarebbe deciso a chiudere la vicenda in maniera risolutiva. Voci di corridoio danno infatti per pronte altre tre consulenze, secondo le quali Carlo Giuliani sarebbe morto: a) di pianto, a causa dei lacrimogeni; b) colpito dalla mamma di Cogne; c) scivolando sulla cera che era appena stata data in piazza Alimonda nell’ambito degli abbellimenti alla città in occasione del G8.

    P.S.: Nella foto, l’orientamento della pistola dimostra le evidenti evoluzioni del proiettile sparato dal carabiniere Mario Placanica verso il tettuccio della jeep, rimbalzato sull’estintore e deviato dal sasso verso la testa di Carlo Giuliani.

    Carlo Giuliani - Mario Placanica

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    • I'm Grace Kelly. Grace Kelly is me. (Blair, Gossip Girl)
    • Voglio solo sapere: ma, quando il Grande Fratello lo vinse Jonathan, per quelli di noi con disordini sessuali cambiò qualcosa, in questo illuminato paese? (Guia Soncini)
    • Ti senti rispondere che Facebook è per sfigati, che Second Life è in declino, e che il popolo dei blog, e che il popolo dei fax, e che che che noia. (Sasaki Fujika)
    • I prefer to let George Lucas disappoint me in the order he intended. (Sheldon, “The Big Bang Theory”)
    • In ogni caso, poi, la gente sai che cosa vuole? In fondo... vuole Natale con la neve. (Vasco Rossi)
    • Comunicato rivoluzionario numero 2. Sono stati beccati fra le mie "amicizie" su Facebook amici CATTOLICI di DJ Francesco. Le purghe si sono intensificate. (Costantino Della Gherardesca)
    • Un tempo ero orripilato da quelli che prendono l’aereo ma non chiedono il posto accanto al finestrino: chiedono quello nel corridoio, perché si sono stufati di guardare giù. (Filippo Facci)
    • Finalmente ha vinto una donna con le palle. (SailorSun, commento su Daveblog)
    • E' mai possibile che appena un fenomeno supera il massimo clamore mediatico, la si considera morta? Mai sentito parlare di Curva di Adozione Tecnologica? (Lo specchietto per le allodole)
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