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- Perché segavi le zampe alle lucertole? Cattivo! - Per correggere la loro natura impura. Anche il Partito liberale è nato così.

Azael, da FriendFeed

Archive for maggio, 2002

È di scena la “Now generation”

I nostri news-magazine, un po’ come i vescovi statunitensi, adorano i giovani. Non si spiegherebbe altrimenti l’ostinazione morbosa nello sbattere in copertina, un mese sì e un mese no, una nuova, sensazionale ricerca sulle abitudini di pre e post adolescenti. L’ultima è andata in stampa questa settimana con l’Espresso, supportata dalla canonica definizione di turno (“Now generation”) a corredo dell’immagine di una diciottenne con due birillini da biliardo per capezzoli. Erano necessari lo Iard, il suo quinto rapporto sulla condizione giovanile, e 150 rilevatori su un campione rappresentativo di 3000 intervistati per arrivare alle seguenti inaspettate conclusioni: “I giovani italiani mostrano un’identità territoriale imperniata sulla dimensione urbana e municipale, riassunta dalla cornice nazionale, proiettata in senso cosmopolita e, soprattutto, in chiave europea”. Traduco io in italiano: “Inaspettatamente, il giovane d’oggi capisce la differenza tra città, province, regioni, nazioni e continenti. Inoltre, malgrado tutte quelle pasticche di Extasy, si dimostra conscio di vivere sul pianeta Terra”. Alessandro Cavalli, sociologo presso l’Università di Pavia e direttore della rivista il Mulino, azzarda una lettura dei risultati ancora più ardita: “A sinistra si sente ancora il richiamo dell’impegno sociale, mentre i giovani che si identificano con posizioni di destra sentono molto più forte il richiamo del privato”. Un esperto si scomoda per rivelarci che, contro ogni previsione, i giovani di sinistra pensano cose di sinistra e che, sconcerto e stupore, quelli di destra hanno idee di destra. Per quanto esauriente, il rapporto lascia irrisolti alcuni interrogativi. Ad esempio: dove cazzo ero io quando regalavano lauree ad honoris causa in sociologia nei pacchetti di Fonzies?

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  • Carriera di un commesso viaggiatore

    Devo confessare che in determinate occasioni provo un’infinita tenerezza per Silvio Berlusconi. È più forte di me: non so se c’è o ci fa, ma non riesco a non rimanere coinvolto nel dramma di una persona che è sempre inconsapevolmente fuori contesto, ovunque la metti. Esiste in tutte le compagnie un elemento tollerato, perennemente sopra le righe, che ti tocca il braccio mentre ti parla, che interviene con battute idiote e se le ride; un “Filini” con la vocazione all’organizzazione e all’ossessiva ricerca di approvazione. Ho letto la cronaca dell’incontro tra capi di stato a Pratica di Mare: Berlusconi chiama per nome Tony, Vladimir e Georgedabliu: fa una battuta e Bush ride, si china verso Blair, ride anche lui… Berlusconi dà a Bush una pacca e l’altro gliela rende, mettono in mezzo Putin, che oppone una lieve russa resistenza… Il tedesco Schroeder sta rigido, scansa un cazzotto di Berlusconi sulla spalla… Berlusconi chiama Robertson mister Robinson, come la canzone, e questo ride. Berlusconi racconta della nascita di «Romolo e Remolo», poi dà un pugno sul braccio al lussemburghese Juncker, tutti ridono. Alla firma Berlusconi fa partire l’applauso che da solo non sarebbe venuto. Poi fa abbracciare Georgedabliu e Vladimir”. Tutto bene, insomma, a parte i lividi sulle braccia di tutti i capi di stato, dovuti ai cazzotti e alle pacche di Berlusconi. Che poi io me lo vedo uno come Schroeder pensare: «Se questo nano mi tocca ancora una volta lo alzo di 20 centimetri con montante sotto il mento». Mancava solo che il Cavaliere, come ai bei tempi, cantasse Aznavour accompagnato al piano da Confalonieri. Peccato averlo fatto Presidente del Consiglio: avrebbe potuto dare il meglio di sé come animatore della Costa Crociere.

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  • Aiutate questa donna!

    Che le migliori idee vengano al cesso è un fatto risaputo. Nella mia personale classifica, però, il cesso è solo al secondo posto. Al primo ci metto le pagine web del Gruppo Espresso. Devo ammetterlo: cazzeggiare senza meta sulla rete mi è spesso d’aiuto nella ricerca della Grande Idiozia Del Giorno, ma volte dimentico di avere a portata di mano una miniera di spunti come Kataweb e siti correlati. L’ultimo, trovato per puro caso, viene dal forum attraverso il quale la scrittrice Isabella Santacroce risponde ai propri lettori, ospitato dalla sezione “Cultura” de l’Espresso online. La starlette dell’editoria italiana ammalia gli adepti con frasi brevi, categoriche, visionarie, ossequiose della grammatica italiana quanto un calcio nelle palle a Zingarelli, Devoto e Oli. Qualche esempio: “Leggo le vostre composizioni alfabetiche con insana curiosità. Non riesco a rispondere a tutti. Veramente dispiace”; “La femmina multipla e penetrabile. Fottere il poetico e partorire nuovi mostri”; “Certo ricordo. In memoria. Non ho mai vissuto. Solo ricordato”; “Capovolta realtà modificata addolori le madri ordinarie in cerca di straordinaria partorita quiete”; “Non sono io. Ci abito dentro. puoi vedermi riflessa. Specchiata. Quel doppio. Nient’altro”; “Risvegliare mostri. Sentirne la voce. Quella da sempre nascosta. Resa muta. Amo tirare sassi nel buio. Raccogliere spaventi”; “Quando passeggi osservando il fianco dei passanti insorti declama te stessa. Non sono nuvola. Negata tempesta”. Fossimo a teatro, mi verrebbe da chiedere se c’è un medico in sala. Dal sito apprendo che la Santacroce è l’autrice delle parole dell’album “Aria” di Gianna Nannini. Ma, a giudicare da quel che ho letto, io so chi, a sua volta, scrive i testi per la Santacroce: il maestro Yoda di Guerre Stellari. È lui, sono sicuro.

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  • Sogno o son Vespa?

    Non perdete, su Panorama di questa settimana, l’articolo Rai, la fantastica guerra di Silvio”, dedicato all’uscita del nuovo libro di Bruno Vespa. Il magazine di Mondadori offre l’imperdibile opportunità di leggere in anteprima il capitolo nel quale è riportato un colloquio immaginario tra due organi di Silvio Berlusconi: la pancia e il cervello. A renderlo immaginario è, in particolare, la presenza di quest’ultimo. Riporto pari pari: Pancia: «Silvio, adesso che comandi, devi finalmente cacciare tutti comunisti della Rai. Biagi, Luttazzi, Santoro. Via tutti. E anche a quel Vespa, tagliagli le unghie». Cervello: «Vespa? Comunista anche lui?». Pancia: «Non è comunista, ma è troppo autonomo. Invita a Porta a Porta troppa gente di sinistra, e non ci chiede in anticipo chi vogliamo mandare noi. E poi l’anno scorso ti ha tagliato una volta diciassette minuti e un’altra venti per metterti alla pari con quell’anima bella di Rutelli. E non dimenticare che non ha accettato che portassi le tue cartine in studio»”. Propongo una standing ovation: Vespa, aprendo al giornalismo frontiere oltre le quali neanche l’Enterprise è mai stata, è riuscito a condensare in poche righe riverenza per il potere e autocertificazione di autonomia; asservimento all’“editore di riferimento” ed emancipazione dalle posizioni del leader del Governo; riprovazione della censura e scherno per i giornalisti censurati. A corredo del pezzo solo una minuscola foto dell’autore, per evitare la gaffe compiuta dalla Settimana Enigmistica. Mesi fa, infatti, la rivista che vanta “innumerevoli tentativi d’imitazione” scelse l’immagine del conduttore di Porta a Porta per il cruciverba in copertina: parecchi lettori furono tratti in inganno e unirono, senza alcun risultato, i punti neri da 1 a 23.

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  • È il conflitto d’interessi, baby!

    «Sempre con questa storia del conflitto d’interessi! Adesso basta! Chiedo scusa, ma dico: se tutti gli interessi sono miei… Il conflitto dov’è?». È una battuta di Fiorello, recitata imitando Berlusconi, che potrebbe realisticamente essere scambiata per una seria boutade dell’originale. Sbaglia (o è in malafede) chi minimizza il problema, così come chi lo porta all’estero ad esempio della gestione macchiettistica della politica da parte del governo italiano. Il problema del conflitto d’interessi è che non ha confini, perché riguarda il commercio. E l’inarrestabile mutazione genetica che quest’ultimo ha subito lo fa somigliare alla politica più di un’elezione, di un parlamento, di un movimento, della destra e della sinistra. Wal-Mart, la più grande catena di magazzini degli Stati Uniti, si è rifiutata di vendere sui propri scaffali il nuovo album di Sheryl Crow. Perché Wal-Mart vende più dischi di qualsiasi catena di negozi di musica, ma anche pistole. E negli ultimi quattro anni è stata oggetto di tre cause per avere venduto armi utilizzate per atti criminosi, compreso un omicidio compiuto da due minorenni. Alla cantante è sembrato un ottimo spunto per la canzone “Love is a good thing”: “Watch out sister/Watch out brother/Watch our children as they kill each other/with a gun they bought at the Wal-Mart discount stores”. Wal-Mart, in sostanza, ha fatto sapere a Sheryl Crow: rompici i coglioni ancora una volta, che non ti distribuiamo neanche il prossimo. Per lo stesso motivo non troverò i libri di Marco Travaglio in vendita in un magazzino di proprietà dell’attuale capo del Governo. Il che rende la mia scelta tra un Blockbuster e una modesta libreria una decisione politica. Mentre io vorrei solo comprare un libro.

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  • Selezione naturale

    Attenzione, sto per dirla grossa. È che nel corso degli ultimi giorni mi sono convinto che, se il fine è quello di avere l’opportunità di sentire (seppur a fine di nepotismo) l’ex ministro Filippo Mancuso apostrofare il rottweiler Previti come «uno la cui fama di bandito è meritata ed è al di sotto della realtà», forse vale la pena avere la destra al governo. Sul serio, non ci ha pensato nessuno: probabilmente il modo migliore per contrapporsi al malgoverno è non avere un’opposizione. Lo dimostra il conflitto civile in corso all’interno della destra (gli Urbani contro gli Sgarbi, i Fini contro i Le Pen): gli attuali governanti sono assolutamente in grado di fare implodere la Casa delle Libertà da soli, senza la necessità di un avversario. Sono come i Beatles: alla lunga non reggono il successo. Come Lennon e soci, però, in alcuni casi guadagnano un posto nella storia: Mancuso, ad esempio, togliendosi uno sfizio di sinistra e sfanculando Previti in piena faccia senza finire a rinforzo di un pilone della Messina-Palermo. In pratica, in mancanza di una sinistra istituzionale, si annientano a vicenda come non sarebbero capaci neanche i predatori dei documentari del Discovery Channel. L’appello ha risvolti quasi umanitari: tempo due mesi e, se non troviamo un degno antagonista, si estingueranno come i velociraptor. Ma istantaneamente e spontaneamente, senza bisogno né del meteorite, né dell’era glaciale. In questo momento, al di là delle opposte vedute e degli schieramenti, hanno bisogno di tutta la nostra solidarietà e comprensione: avere la maggioranza praticamente in assenza di opposizione e non riuscire a neanche a governare sé stessi è come ammazzarsi di masturbazione.

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  • Serial Tales

    Dopo decenni di incontrastata supremazia, la Walt Disney per la prima volta è minacciata da un avversario che può metterla al tappeto. La più grande azienda di intrattenimento per bambini, la forgiatrice dell’immaginario infantile di almeno quattro generazioni, la firma più prestigiosa nel campo del cinema d’animazione, oggi ha un terribile nemico: se stessa. In quasi un secolo di attività, essa non ha mai realmente temuto di essere seconda a nessuno, in quello che meglio sapeva fare: creare personaggi memorabili e farli vivere in storie di celluloide capaci di creare affezione anche nelle più sperdute contrade del nostro pianeta. La forza della Disney, anche in periodi di difficile navigazione economica, è sempre stata la consapevolezza di possedere un’identità universalmente rispettata, dovuta alla qualità dei gioielli del proprio scrigno. I mitici lungometraggi a cartoni animati, quelli che un tempo riapparivano nelle sale cinematografiche una volta ogni quattro-cinque anni, venivano trattati come membri di una famiglia reale: esposti ai devoti sudditi, adorati, e riposti nelle segrete stanze. Le effigi di Topolino o Biancaneve venivano difese ferocemente dagli avvocati più implacabili, oppure concesse per fini commerciali dietro strettissima sorveglianza. Oggi, ovviamente, il VHS e il DVD hanno appannato la mitologia. Potremmo dire, irrispettosamente, che la “Carica dei 101” o “la Sirenetta” hanno la stessa funzione di un potente tranquillante farmaceutico: una dose al giorno (ma a volte, ahimè, ben di più) fanno cadere il minore in uno stato di catalessi con mandibola pendula davanti alla tv. Potremmo persino comprendere la triste gestione genitoriale di tali piccoli capolavori di fantasia. Ok, via l’aura magica, via il rito della sala buia a Natale, eccetera. Ma come possiamo accettare che la Walt Disney stessa, in un accesso di furore iconoclasta, produca “Cenerentola 2“? Ma come, come può esistere qualcosa dopo “e vissero felici e contenti”? Il principe e la ragazza, radiosi, salutano e stop, titoli di coda, musica celestiale. Quello che viene dopo è pornografia dell’immaginario collettivo. Non è più fiaba, e non è più “pezzo unico”. È la tristezza della serialità… Ed infatti, questi prodotti sono pensati e realizzati per le poche pretese del mercato televisivo. Tremate: gli zombi spaventosi di “Peter Pan 2“, “Dumbo 2“, “Il Libro della Jungla 2” eccetera, stanno strisciando verso di noi, si ciberanno dei nostri ricordi di piccoli spettatori cresciuti, e mangeranno anche quelli freschi freschi dei nostri bimbi. Giustamente, la Disney si misura col mercato: i maggiori introiti vengono dalla tv e dalla vendita delle cassette. Ma la multinazionale non può non considerare che, cannibalizzando senza pietà la propria produzione migliore, fa vacillare il proprio prestigio mondiale. Unica consolazione degli attuali dirigenti può risiedere nel fatto che, cattivi come sono, andranno all’inferno, che è sorte migliore di quella che toccherebbe loro se invece incontrassero, in paradiso, un certo incazzatissimo Walt.

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  • Rincoglioniti Un Tempo Stimabili

    Devo ammetterlo, inutile cincischiare: sto affrontando un periodo in cui riesco a stento a stare al passo con le uscite quotidiane di questa rubrica. Succede spesso, purtroppo, che il tempo da dedicare a queste poche ma terapeutiche righe, a questo necessario drenaggio notturno di tutto il pensato e non detto, venga sottratto da obblighi non procastinabili: mangiare, dormire, la famiglia, il lavoro, le repliche di Star Trek, in ordine crescente di importanza. Mi sono interrogato per giorni, vi confesso, su come poter riempire questo spazio. Avevo bisogno un’escamotage, di un qualcosa che servisse ad arrivare a fine pagina. Mi serviva lo scoop. È così che gli elementi dello stratagemma a cui ricorrere si sono assemblati alla perfezione nella mia mente come mattoncini di Lego. Altro che le liste di Gelli sequestrate a Castiglion Fibocchi: avrei pubblicato il segretissimo elenco di una delle organizzazioni occulte che da anni operano clandestinamente sul suolo italiano, più pericolosa di Gladio, un po’ meno dei salesiani: i R.U.T.S., i Rincoglioniti Un Tempo Stimabili. In senso artistico, s’intende. Sto rischiando, è vero, ma sono compiti di cui, in un paese civile, qualcuno si deve fare carico. Ecco quindi in esclusiva il registro dei membri, riportati in ordine sparso, senza distinzione tra quelli che hanno fatto domanda d’iscrizione, e quelli che l’hanno ottenuta ad honorem: Stefano Benni (perché se in Italia esistesse un editore serio, impedirebbe ad uno che ha scritto “Terra” e “Comici spaventati guerrieri” di propinarci “Baol” e “La Compagnia dei Celestini”); Michele Serra (da ben prima che Cuore chiudesse, e comunque quando si dilunga oltre la cartella); Serena Dandini (da quando ha iniziato a ritenersi una conduttrice, piuttosto che un’ottima autrice e spalla); Fabio Fazio (che ricordiamo quasi con commozione animare i pianobar di Vittorio Bonetti, mentre oggi ci tocca vederlo ciondolare attorno al piano a coda di Claudio Baglioni); Vauro (dal giorno in cui, per puro caso, la sua vignetta sul manifesto risultò uguale a quella di Forattini su Repubblica); Vincino (da quando ha assunto l’aspetto di uno che non ha più bisogno della legge Bacchelli); Stefano Disegni (dal giorno in cui, per risparmiare tempo, ha scoperto che, cambiando la battuta, poteva disegnare i box delle strip tutti uguali); Gregorio Paolini (da quando è passato alla Rai pensando che Target si potesse rifare anche senza le riprese dall’alto di Gaia De Laurentiis, e perché, comunque, qualcuno deve pur pagare per un programma come Convescion); Michele Santoro (da subito dopo Samarcanda, escluse alcune memorabili puntate di Sciuscià in cui non appariva in video); Piero Chiambretti (da quando ha abbandonato la domenica pomeriggio di RaiTre); Bruno Voglino (che quella rete l’ha inventata, per non essersi accorto che c’è uno con la stessa faccia che fa il preside della scuola di Saranno Famosi); Lello Arena (da quando ha abbandonato la smorfia: sia quella della faccia, sia il gruppo di cabaret); Teo Teocoli (per essersi ritenuto in grado di scrivere i propri testi; per l’insistenza con cui propone un improbabile sdoganamento di Massimo Boldi; e perché non se ne può più, francamente, della macchietta di turno che si mette a ballare); Paolo Rossi (da quando ha preso a sopravvalutarsi e credersi Dario Fo); Dario Fo (da quando ha cominciato a sminuirsi e credersi Paolo Rossi); Sabrina Ferilli (per essere stata grande una sola volta, ne “La bella vita” di Virzì, l’unico film in cui non recitava in romanesco, e qualcosa vorrà pur dire); Francesco Nuti (per aver scelto di sopravvivere artisticamente allo scioglimento dei “Giancattivi”); Carlo Verdone (perché nella vita si è un sacco belli una volta sola, poi si cresce); Gabriele Salvatores (non saprei dire se già prima di “Mediterraneo” o dopo “Sud”); Diego Abatantuono (non saprei dire se dopo “Eccezzziunale Veramente” o prima di “Mediterraneo”); Paolo Villaggio (quando non si presenta nei panni di Fantozzi, credendosi Paolo Villaggio); Edoardo Bennato (a partire da “Ok Italia”, ma forse anche prima); Jovanotti (per aver insegnato a tutti che la nascita di un figlio ti cambia, ma mica sempre in meglio); Francesco Baccini (che, dal momento che in giro non si sente più il suo, ha smesso di fare altri nomi e cognomi); Francesco De Gregori (da “Catcher in the sky”, il primo dei 6 album live – spesso doppi, qualche volta tripli – che ha pubblicato); Eugenio Finardi (da “Dolce Italia” compreso, perché uno che cantava “Musica Ribelle” non può permettersi di scrivere versi come “Mia dolcissima piccola fragola / vorrei raccontarti una favola…”); Antonello Venditti (da sempre). In più permettetemi con ben poca modestia, in considerazione dei personaggi che popolano la lista, di aggiungere me stesso, da quando ho iniziato a scrivere cose per tappare i buchi.

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  • Un tanto al kilobyte

    Dopo il golpe sui messaggini SMS, sui quali lo scorso anno gli operatori di telefonia mobile hanno fatto cartello per continuare a praticare verso i propri clienti un prezzo vergognoso (quantificabile in 1,25 vecchie lire per ogni singola lettera scritta) i gestori dei nostri cellulari hanno trovato un nuovo albero della cuccagna: il GPRS. Avrebbe dovuto garantirci una velocità di connessione alla rete pari almeno a quella dei modem domestici. Invece oggi ero sull’Eurostar, a Firenze ho provato a collegarmi per scaricare una singola e-mail, e a Milano ho trovato sulla soglia di casa una gentilissima tartaruga che mi aveva portato il floppy a piedi. Eppure non è la scarsa velocità il maggior problema del servizio GPRS: neanche a dirlo, infatti, anche in questo caso l’ostacolo è rappresentato dal prezzo. Scaricare un kilobyte costa 3 centesimi di €. Un’immagine di Fernanda Lessa pesa almeno 80 kilobytes, e viene così a costare 2,4 €, poco meno di una copia di GQ (322 pagine, almeno 200 fotografie). Secondo i nostri calcoli, Alessia Merz si è fatta ritrarre in almeno trecento foto di nudo: scaricarle attraverso il GPRS verrebbe a costare 630 € (1.200.000 lire) che, se consegnassi direttamente a lei, sono convinto mi garantirebbero comunque un servizio, ma molto più che fotografico. Allo stesso prezzo della visione di un video porno ci si può permettere di sostituire la pelle d’orso davanti al camino con Rocco Siffredi in persona. Il bello è che nella pubblicità mi chiedono “How are you?”, come stai? Non benissimo, direi: sono reduce dallo scaricamento di due presentazioni di Power Point sul palmare. In compenso pare che il mio strozzino se la stia spassando alla grande.

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  • Specchio riflesso senza ritorno

    Al gabibbo di destra Giuliano Ferrara va riconosciuta l’abilità di saper, nel bene e nel male, “fare notizia”. Questa volta, inoltre, merita tanto di cappello per la trovata dell’annuncio, ieri sul Foglio, della pubblicazione di un testo esclusivo di Oriana Fallaci. Oggi l’arcano è stato svelato: il quotidiano dell’elefantino ha pubblicato un inserto di quattro pagine nel quale è riportata integralmente la querela (molto probabilmente redatta di proprio pugno, considerati i toni) che la Fallaci ha sporto contro l’editore, il direttore e il giornalista Pietrangelo Buttafuoco. Quest’ultimo sarebbe colpevole di aver osato rispedire al mittente il “fuck you” amichevolmente indirizzato dalla scrittrice da esportazione al presidente dell’Unione Musulmani d’Italia. In sostanza, Buttafuoco, mandandola a sua volta a fare in culo, avrebbe lasciato intendere che era intenzione della Fallaci dedicare il “fuck you” ad un’intera religione e non ad un singolo personaggio. La vegliarda dimentica di aver dichiarato, sul Corriere, che tutte «le regioni musulmane dell’Africa» finanziano il terrorismo; che «le moschee di Milano e di Torino e di Roma traboccano di terroristi in attesa di far saltare la Cupola di San Pietro». E di aver definito «stupide» le donne che accettano il chador; «scimunite» quelle che non vogliono farsi fotografare; «minchione» quelle che sposano uno «stronzo» con altre tre mogli. C’è tra i lettori un volonteroso avvocato disposto a raccogliere le querele delle succitate categorie, inequivocabilmente diffamate, in cambio di una percentuale sul risarcimento? Fatelo, almeno per una questione di educazione: rifiutare doni è scortesia. E la fallace Fallaci non si è mai dimostrata avara nell’elargire minchiate.

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  • Happy awakening, Mr. President

    La tregua che la stampa americana ha concesso al presidente George W. Bush è durata qualche mese, giusto il tempo necessario perché la popolazione metabolizzasse la tragedia delle Twin Towers e riacquisisse la facoltà di giudizio che gli impeti patriottici avevano comprensibilmente azzerato. Un’orda di giornalisti è scesa in campo contro l’amministrazione per porre l’accento sulla superficialità con la quale la Casa Bianca ha accolto gli allarmi che provenivano da più parti. Si viene così a sapere che un istruttore di una scuola di volo di Phoenix chiese di controllare uno studente sospetto che in seguito è risultato essere uno dei possibili dirottatori; che, sempre a Phoenix, due mesi prima dell’attacco al World Trade Center, un’agente dell’FBI segnalò che alcuni uomini della rete di Bin Laden si erano infiltrati all’interno di scuole di volo americane; che il 6 agosto la CIA consegnò al presidente un rapporto riguardante il rischio di dirottamenti aerei da parte di cellule di Al Quaeda; che sempre la CIA, il 21 agosto, diramò un comunicato nel quale si faceva presente la comparsa sul suolo americano di due dei kamikaze che pochi giorni dopo si sarebbero schiantati contro il Pentagono; e, infine, che il 6 settembre un agente dell’FBI ipotizzò che alcuni terroristi volessero appropriarsi di un aereo di linea per colpire le Torri Gemelle. «Quelli della CIA e dell’FBI erano allarmi generici. – ha sostenuto il presidente Bush, rispondendo alle accuse e fugando qualsiasi dubbio riguardo all’efficienza della propria amministrazione – Non ci hanno dato dati a sufficienza: quella mattina mi sono dovuto mettere davanti alla tv per sapere quale piano delle Twin Towers sarebbe stato colpito».

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  • Il Vademecum del candidato

    Silvio Berlusconi, in vista delle amministrative, ha ritenuto opportuno radunare tutti gli aspiranti sindaci della Casa delle Libertà per declamare il fondamentale “Vademecum del candidato”. Il succo è che il forzaitaliota ideale, per essere perfetto, deve assomigliare a lui; avere la medesima visione naïf della politica, della vita, del mondo e, soprattutto, dei cittadini che amministra (equiparati al pubblico della tv, che «ha sì e no la seconda media, e neppure fatta stando sempre al primo banco»). Berlusconi, in pratica, alla pari di Dio, ritiene che l’uomo sia fatto a propria immagine e somiglianza. In più, esprime strategie al cui confronto il “votAntonio” di Totò sembra concepito da un genio del marketing animato da un più nobile concetto della politica: «utilizzare lo stesso discorso, senza cedere alla tentazione di cambiarlo ogni volta»; «dichiarare di desiderare una città più bella, più ordinata, più pulita e più sicura»; «proporre al massimo tre concetti: sarete fortunati se il pubblico ne capirà uno»; «ripetere spesso nome e cognome del proprio interlocutore: per chiunque sono la musica preferita»; «stringere mani e fare complimenti come “che bella cravatta”, “che bel sorriso”» e, infine, gridare «Viva (nome del paese). Viva Forza Italia. Viva la libertà!». Sono istruzioni da seguire con cura, con qualche cautela: un sindaco che aveva preso alla lettera il consiglio sui complimenti ha speso una fortuna per ristampare manifesti con i connotati cambiati, dopo aver sussurrato ad una delegata «Che bel culo!». Il “Vademecum del candidato” è la summa del pensiero di un magnate che desidera veder riconosciuta come unità di misura europea la propria statura di statista. Se dovesse accadere, Helmut Kohl potrebbe vantarsi di essere alto circa uno statista e mezzo.

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  • Simpatia Ferrari

    Diciamo la verità: la Ferrari è simpatica quanto la Juventus. Quindi, più o meno, quanto una zanzara una sera che state facendo il barbecue e l’Autan è finito. Pur supportate da tifoserie di stampo nazional-popolare, hanno dirigenti che hanno come vocazione lo stare sulle palle: sono vanagloriosi e tracotanti. Ricchi. Presuntuosi. E, soprattutto, sfacciati. Ecco spiegate sia l’infausta decisione di favorire un fastidioso Big-Jim crucco ai danni del compagno di squadra che era primo a pochi metri dal traguardo, che le insensate dichiarazioni di Luca Cordero di Montezemolo a fine gara: «Mi spiace, ma lo rifarei: noi siamo in Formula 1 per vincere in modo leale, e l’abbiamo fatto». Se il Milan avesse vinto un ipotetico campionato battendo all’ultima giornata un’altra squadra della medesima proprietà a cui fosse stato dato l’ordine di perdere, avremmo gridato alla frode. E Berlusconi avrebbe avuto la sfacciataggine, ma anche l’intelligenza di negare. Montezemolo no. Del resto, è alla lungimiranza del rampollo acquisito di casa Agnelli che dobbiamo due delle iniziative più catalizzatrici di sfiga degli ultimi anni: l’ideazione di “Ciao”, l’orribile e invenduta mascotte dei mondiali di Italia ‘90, e il lancio del portale “CiaoWeb“. «Ogni tanto, alle ragioni del cuore dobbiamo mettere avanti le ragioni del cervello» ha dichiarato ai giornalisti il blasonato scendiletto umano dell’Avvocato, citando due optional che ha intenzione di farsi installare a breve. Se corrisponde al vero la voce secondo la quale sarebbe il figlio illegittimo di Gianni Agnelli ed Edwige Fenech, forse allora Luca Cordero di Montezemolo avrebbe potuto avere una chance di rendersi utile al mondo: nascendo con le tette.

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  • L’antifascismo e i cavoli a merenda

    Ancora oggi, dopo trent’anni, esistono “compagni che sbagliano”. Questa volta sono quelli de l’Unità, che hanno fatto appello all’antifascismo di Fiorello perché la smettesse di imitare ‘Gnazio La Russa: «Non si possono dare attestati di simpatia ad un post-fascista erede di Mussolini». Alla redazione del quotidiano diretto da Furio Colombo serve, evidentemente, un ripassino veloce di alcuni assunti. Che la simpatia non corrisponde necessariamente alla stima, innanzitutto, e che è sempre bene evitare la responsabilità di un clamoroso autogol, chiedendo ad un comico di censurare la parodia di un personaggio mal sopportato, ma rappresentato – parole dello stesso La Russa – come «un uomo delle caverne, un selvaggio di destra ossessionato dalla virilità». Dà fastidio che il deputato di Alleanza Nazionale usi il tormentone “digiamolo” a proprio vantaggio? Male fece, anni fa, Massimo D’Alema a prendersela a male quando Striscia la Notizia mise in piazza uno dei suoi tic, una debolezza, il “fut fut” che l’ha umanizzato e sdoganato nelle case di milioni di casalinghe. La Russa, al contrario, pur dipinto come un troglodita secondo il quale l’uomo, per essere uomo, non deve indossare biancheria intima di Calvin Klein ma mutande Ragno, usare il borotalco al posto del più indicato pane grattugiato o far arrivare la forchetta nel piatto prima del pizzetto, perché «il vero uomo sporca là dove la donna deve pulire», ha reagito di contropiede. La sinistra, escluse rare ma apprezzabili eccezioni, ha sempre avuto, suo malgrado, il monopolio dello sberleffo, dell’ironia, della presa per i fondelli. Ed è triste costatare che nel corso degli anni abbia disimparato a ridere, un po’ di tutto, ma soprattutto di sé.

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  • L’intollerabile culo degli olandesi

    Se c’è una morale, nell’assassinio di Pim Fortuyn, è «mai lamentarsi del brodo grasso». Fortuyn viveva nel paese più civile e prospero del pianeta, e invece di farsi una canna in un coffee shop in onore della sua buona stella si è messo a lanciare proclami allarmistici: l’Olanda è piena, e se lo Stato continuerà ad accogliere gente da fuori, non sarà più in grado di garantire livelli di vita pazzescamente alti, ma solo decisamente alti. Idem con patate per il suo assassino, Volkert van der Graaf: viveva in un paradiso in cui il leader di destra è un dandy gay spiritoso e libertario (non fascista, semmai molto egoista), e, invece di farsi una canna in un coffee-shop per ringraziare il Cielo, ha deciso di spedirci Pim Fortuyn. Entrambi hanno pagato cara la loro ingratitudine – molto più cara Fortuyn, che, oltre ad averci rimesso la pelle, verrà tumulato in Friuli invece che in Olanda, dove i cimiteri sono forniti di biblioteca e teatro, e i defunti hanno diritto a un’ora di sesso settimanale con i partner sopravvissuti. Ma perché, invece di accontentarsi e godere, ’sti due olandesi viziati sono andati a cercarsi rogne? Possibile non capissero che gli olandesi, per farsi perdonare dal resto dell’umanità l’intollerabile culo di stare in Olanda, sono obbligati ad essere più democratici, nonviolenti e tolleranti di tutti gli altri popoli? E soprattutto, cosa dovremmo fare noi, italiani, francesi, austriaci, con i nostri paesi sfigati e i nostri demagoghi cazzuti e bercianti?

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    Citazioni

    • - Perché segavi le zampe alle lucertole? Cattivo! - Per correggere la loro natura impura. Anche il Partito liberale è nato così. (Azael, da FriendFeed)
    • Lo sfogo della D'Addario: "vogliono farmela pagare". E' business bellezza, neanche tu la regalavi. (Brodino di Cayenna (da Dagospia))
    • Avatar for dummies: un uomo, anche se blu, farebbe qualsiasi cosa per la figa. (Dania, da FriendFeed)
    • Sono una persona orribile: quando ricevo delle mail io aspetto sempre un po’ a rispondere, per far sembrare che ho una vita. (E io che mi pensavo)
    • Secondo me ti amavo, ma la Questura dice che ti stimo molto. (DJD, da Tumblr)
    • Ho deciso: a tutti quelli che vogliono vendermi qualcosa o hanno qualcosa che voglio comprare, chiederò se votano Berlusconi. Se mi rispondono di sì, mi rivolgo a un altro. (Magenta, da FriendFeed)
    • L'ignoranza esiste, dentro e fuori da Facebook, e non sarà sconfitta nascondendola, ma piuttosto affrontandola a viso aperto. (Facebook, in risposta a Renato Schifani)
    • "Sono miracolato, un centimetro più su e avrei perso l'occhio".  Certo: un millimetro più giù e lo gambizzavano. (Ester “Hoshimem” Memoli, da FriendFeed)
    • Da un recente sondaggio risulta che la maggior parte dei sondaggi viene fatta recentemente. (Dr. Van Harper)
    • Battisti estradabile: l'ultima parola a Mogol. (Francesco Di Gesù, da Twitter)

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    Parlano di Macchianera

    Random Joke

    L’alunno M.R. incita la classe a una crociata contro gli “infedeli”, da lui denominati, della classe accanto. Inoltre si offre volontario di fare come ariete e sfondare la porta. Alle mie richieste di smetterla, mi risponde «Dio lo Vuole», — (nota sul registro, dal sito “Sette in condotta“)


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